SORVEGLIANZA DI MASSA NEL REGNO UNITO: SENTENZA IMPORTANTE DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTTI UMANI

La Corte europea dei diritti umani ha stabilito oggi che le leggi in vigore nel Regno Unito sulla sorveglianza di massa violano il diritto alla riservatezza e la libertà d’espressione. 

I giudici della Corte hanno affermato che: 
- il regime di intercettazioni in vigore da tempo nel Regno Unito viola il diritto alla riservatezza protetto dall’articolo 8 della Convenzione e il diritto alla libertà d’espressione, protetto dall’articolo 10; 
- a violare il diritto alla riservatezza sono sia l’intercettazione dei dati relativi alle comunicazioni quanto quella dei contenuti delle stesse, il che significa che l’intero sistema di intercettazioni è illegale; 
- il sistema di autorizzazione delle intercettazioni non è in grado di rispettare i limiti delle “interferenze” (…) “necessari in una società democratica”. 

La sentenza della Corte europea è giunta al termine di un contenzioso giudiziario contro gli ampi e invadenti poteri di intercettazione delle conversazioni rivelati per la prima volta nel 2013 da Edward Snowden. 

Il ricorso era stato sottoposto alla Corte da Amnesty International, Liberty, Privacy International e 11 altre organizzazioni per i diritti umani e per la libertà di stampa nonché due persone singole in Europa, Africa, Asia e Americhe. 

Megan Goulding, avvocata di Liberty, ha dichiarato: 
“Si tratta di una grande vittoria per i diritti e le libertà delle persone nel Regno Unito. La sentenza ci dice che c’è, come dovrebbe esserci, un limite a quanto gli stati possono spiare i loro cittadini. La polizia e le agenzie d’intelligence devono avere poteri di sorveglianza nascosta per affrontare le minacce odierne ma, come ha stabilito la Corte, queste minacce non devono essere l’alibi per spiare tutti i cittadini senza garanzie adeguate. Il nostro governo ha edificato il regime di sorveglianza più estremo di tutte le nazioni democratiche, abbandonando quegli stessi diritti e quelle stesse libertà che i terroristi vogliono attaccare. Invece, può e deve creare un sistema efficace e mirato che protegga la nostra incolumità a e al contempo la sicurezza dei nostri dati e i nostri diritti fondamentali”. 

Caroline Wilson Palow, consigliere generale di Privacy International, ha affermato: 
“La sentenza odierna della Corte critica il regime delle intercettazioni in vigore nel Regno Unito per aver lasciato eccessiva mano libera alle agenzie di sicurezza di scegliere chi spiare e quando spiarlo. Se è tecnicamente possibile intercettare tutte le nostre comunicazioni private, questo non significa che sia anche legale. La sentenza prosegue, giustamente, affermando che raccogliere i dati - ossia il chi, il cosa e il dove delle nostre comunicazioni - è illegale tanto quando raccoglierne i contenuti. Da questo punto di vista la sentenza rappresenta un importante baluardo a difesa della protezione della nostra riservatezza”. 

Lucy Claridge, direttrice del programma sui Contenziosi strategici di Amnesty International, ha commentato: 
“La sentenza di oggi costituisce un importante passo avanti nella protezione della riservatezza e della libertà d’espressione nel mondo. Manda al governo di Londra il forte messaggio che l’uso di estesi poteri di sorveglianza è abusivo e va contro proprio quei principi che pretende di difendere. La sorveglianza dei governi mette a rischio coloro che lavorano nel campo dei diritti umani e dell’indagine giornalistica e chi pone la sua stessa vita in pericolo per denunciare le violazioni dei diritti umani. Tre anni fa, proprio il ricorso su cui la Corte si è pronunciata oggi aveva costretto il Quartier generale del governo sulle 
comunicazioni (GCHQ) ad ammettere di aver spiato Amnesty International, un chiaro segnale che il nostro lavoro e le persone con cui lavoriamo erano state messe in pericolo”. 

La sentenza non è definitiva in quanto può essere sottoposta alla Gran Camera della Corte europea. Il suo testo potrebbe essere anche migliorato, nella misura in cui non condanna in modo sufficiente le intercettazioni di massa, in quanto consente che i governi abbiano “un ampio margine di discrezione” nel decidere se avviare intercettazioni di quel genere e autorizza la condivisione di molte informazioni con l’Agenzia Usa per la sicurezza nazionale. 

Ulteriori informazioni 

Il caso è iniziato nel 2013, dopo che Edward Snowden aveva rivelato che il GCHQ aveva intercettato in gran segreto, analizzato e archiviato dati riguardanti le conversazioni private di milioni di persone (il cosiddetto programma “Tempora”), anche di chi chiaramente non presentava alcun interesse dal punto di vista dell’intelligence. 

Snowden aveva inoltre rivelato che il governo di Londra aveva accesso a comunicazioni e a dati raccolti dall’Agenzia Usa per la sicurezza nazionale e da altre agenzie straniere d’intelligence. Tutte queste attività avevano luogo senza che le persone spiate avessero fornito il consenso o tantomeno ne fossero a conoscenza, senza alcun presupposto legale e senza adeguate salvaguardie. 

Le informazioni raccolte e conservate in questo modo possono rivelare gli aspetti più riservati della vita privata di una persona: dove va, con chi è in contatto, quali siti Internet visita e quando lo fa. 

Nel 2014 il Tribunale sui poteri d’indagine - l’organo di giustizia britannico che in gran segreto giudica i reclami contro il GCHQ e i servizi MI5 e MI6 - aveva concluso che queste prassi potevano in linea di principio essere compatibili con gli obblighi del Regno Unito in materia di diritti umani ed è esattamente contro questa posizione che è stato presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti umani. 

Peraltro, lo stesso Tribunale sui poteri d’indagine aveva riconosciuto che le stesse agenzie britanniche d’intelligence avevano illegalmente spiato le comunicazioni di Amnesty International e del Centro sudafricano di risorse legali e che l’intelligence britannica aveva, altrettanto illegalmente, condiviso informazioni con gli Usa sulla base di un accordo segreto illegale, reso pubblico durante i lavori del Tribunale. 

UN ANNO DAL RITORNO DELL’AMBASCIATORE ITALIANO IN EGITTO: AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA CHIEDE AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO E AL MINISTRO DEGLI ESTERI QUALI PASSI AVANTI VI SIANO STATI VERSO LA VERITÀ SULL’UCCISIONE DI GIULIO REGENI. IERI ANCHE L’INCONTRO COL PRESIDENTE DELLA CAMERA ROBERTO FICO

Alla vigilia del 14 settembre, anniversario del ripristino di normali relazioni diplomatiche tra Italia ed Egitto attraverso il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo, il direttore generale di Amnesty International Italia Gianni Rufini ha inviato una lettera al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al ministro degli Affari esteri Enzo Moavero Milanesi, chiedendo quali passi avanti, negli ultimi 12 mesi, siano stati chiesti e ottenuti per conoscere la verità sul sequestro, la sparizione, le torture e l’uccisione di Giulio Regeni. 

“Dobbiamo constatare che a un anno di distanza, purtroppo, le indagini non hanno visto nessuno sviluppo significativo. Il materiale messo a disposizione - con grave ritardo - da parte della procura del Cairo alla procura di Roma non ha infatti consentito di identificare alcun elemento utile alle indagini, con la conseguenza che dopo due anni e mezzo non è stato compiuto nessun progresso”, si legge nella lettera. 

Rufini ha sottolineato come, da parte del governo italiano, vi sia “un dovere politico e istituzionale, non solo per la memoria di Giulio e per la sua famiglia, ma anche e soprattutto in virtù dei principi di libertà e giustizia su cui si fonda la nostra democrazia, di arrivare alla ricostruzione della verità”. 

Nell’ambito della sua campagna “Verità per Giulio Regeni”, Amnesty International Italia continuerà a monitorare con scadenza mensile l’azione del governo italiano, anche attraverso l’ambasciata al Cairo, nei confronti delle autorità egiziane, nell’auspicio di ricevere notizie positive circa l’individuazione degli esecutori e dei mandanti del barbaro omicidio del ricercatore italiano avvenuto ormai 32 mesi fa. 

Il 12 settembre il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury è stato ricevuto alla Camera dei deputati anche in rappresentanza di A buon diritto Giulio, Giulio Siamo Noi e Articolo 21, dal presidente Roberto Fico al quale ha rivolto l’auspicio che l’imminente visita in Egitto possa essere un’importante occasione per parlare di violazioni dei diritti umani. 

Le tre organizzazioni e il collettivo Giulio Siamo Noi avevano promosso un presidio di fronte alla Camera per manifestare la preoccupazione per l’attivista e prigioniera di coscienza egiziana Amal Fathy, arrestata l’11 maggio al Cairo e alla quale sono stati imposti ulteriori 15 giorni di detenzione preventiva. 

SPERIMENTAZIONE PISTOLE TASER: AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA SCRIVE AL PREFETTO GABRIELLI

In occasione dell’inizio del periodo di sperimentazione delle pistole elettriche Taser in 12 città, il direttore generale di Amnesty International Italia Gianni Rufini ha scritto al prefetto Franco Gabrielli, capo della Polizia, esprimendo una serie di preoccupazioni riguardo all’introduzione di tale misura. 

Pur riconoscendo che la Taser sia un’arma utile, più sicura di molte altre armi o tecniche utilizzate per bloccare individui pericolosi e aggressivi, in non pochi casi nei paesi in cui è già in uso risulta impiegata nei confronti di persone vulnerabili o che non rappresentano una minaccia seria e immediata per la vita o per la sicurezza degli altri. 

Una sperimentazione analoga a quella in programma in Italia e svolta in Olanda nel 2017 ha rivelato come in circa la metà dei casi, le persone siano state colpite dalla Taser quando erano già ammanettate, dentro un veicolo o una cella di polizia e in celle separate negli ospedali psichiatrici, in ogni caso senza che il loro comportamento costituisse una seria minaccia. 

Negli Usa e in Canada, dove la Taser è utilizzata da quasi 20 anni, il numero delle morti direttamente o indirettamente correlate a quest’arma ha superato il migliaio. Nel 90 per cento dei casi, le vittime erano disarmate. Gli studi medici a disposizione sono concordi nel ritenere che l’uso delle pistole Taser abbia avuto conseguenze mortali su soggetti con disturbi cardiaci o le cui funzioni, nel momento in cui erano stati colpiti, erano compromesse da alcool o droga o, ancora, che erano sotto sforzo, ad esempio al termine di una colluttazione o di una corsa. 

Alla luce di questi dati, Rufini ha chiesto al prefetto Gabrielli se, prima di mettere a disposizione delle forze di polizia le Taser, sia stato effettuato uno studio sui rischi per la salute e garantita una formazione specifica e approfondita per gli operatori che ne verranno dotati, in linea con gli standard internazionali e in particolare con i Principi guida delle Nazioni Unite sull’uso delle armi da fuoco da parte degli agenti di polizia. 

Una maggiore trasparenza sulle modalità di utilizzo, su limiti e precauzioni e sulla formazione ricevuta dagli agenti di polizia garantirebbe, secondo Rufini, un maggior livello di fiducia nell’utilizzo di tali strumenti anche da parte dei cittadini stessi. 

“La conseguenza più grave che vediamo nel lungo termine è che le Taser vengano usate come arma di routine per far rispettare la legge in assenza di una minaccia di lesioni gravi o morte, dunque in modo non conforme agli standard internazionali sui diritti umani”, conclude nella lettera Rufini. 

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