RIGHT WOMEN - DONNE CHE COMBATTONO PER I DIRITTI UMANI

Martedì 4 giugno 2019 alle ore 18.30 a Palazzo Merulana (via Merulana, 121 – Roma) Marco Damilano direttore del settimanale l'Espresso ne parla con Monica Tereza Benicio, Vida Mehrannia e Gianni Rufini, con la partecipazione di Gianmarco Saurino.

Monica Tereza Benicio, è la compagna di Marielle Franco, consigliera municipale di Rio de Janeiro, in prima linea nel denunciare gli abusi della polizia e le esecuzioni extragiudiziali, che è stata assassinata un anno fa, a causa delle sue lotte per difendere i diritti umani in Brasile. Marielle ha lavorato instancabilmente per difendere i diritti delle donne nere, dei giovani nelle favelas, delle persone Lgbti e di altre comunità emarginate. Oltre un anno dopo l’assassinio di Marielle e del suo autista avvenuto il 14 marzo 2018, le autorità brasiliane continuano a non fornire alle famiglie delle vittime e alla società una risposta adeguata. Da allora, Monica si batte insieme ad Amnesty International per chiedere verità sulla sua morte e per portare avanti le battaglie di Marielle.

Vida Mehrannia è la moglie di Ahmadreza Djalali, esperto di Medicina dei disastri e assistenza umanitaria ed ex ricercatore presso l’Università del Piemonte Orientale di Novara, che è stato condannato a morte in Iran con l’accusa di “spionaggio” il 21 ottobre 2017. Vida, rimasta da sola con due figli a Stoccolma, ha iniziato da subito una campagna per il rilascio del marito. Ha visitato le tre università europee in cui Ahmadreza ha lavorato e instancabilmente difende l'innocenza del marito, che ha sempre più urgente bisogno di cure mediche specialistiche. Vida continua a lottare insieme ad Amnesty International per la sua liberazione, in quanto non ha tuttora goduto di un equo processo.

Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia, racconterà dell’incessante impegno dell’organizzazione al fianco delle donne che combattono per i diritti umani nel mondo.

L’attore Gianmarco Saurino presterà la sua voce per leggere brani sui diritti umani.

Sarà possibile firmare gli appelli per chiedere giustizia per Marielle Franco e salvare Ahmadreza Djalali dalla condanna a morte e conoscere tutte le modalità per sostenere i diritti umani insieme ad Amnesty International. 

Il ladro di ricordi va a scuola

E’ stato presentato, nella giornata del 27 maggio, presso alcune classi dell’istituto di I grado “Rita Levi Montalcini” di Bologna l’opera prima di Martina Festi e Noemi Scagliarini
“Questa nostra esperienza – affermano le due autrici - si è rivelata una grande sorpresa. Con soddisfazione abbiamo ricevuto grande interesse dagli alunni che avevano già letto il libro, e suscitato curiosità in quelli che lo scoprivano per la prima volta.”
Le autrici hanno letto alcuni brani e risposto alle numerose domande fatte dai giovani alunni, riguardanti il proseguimento della storia o il come fosse nata, sia riguardo a come si scrive un libro o come si riuscisse a scrivere a quattro mani. 
Il progetto ha riguardato le classi 2C, 1B e 3A coordinate dagli insegnanti Elena Toscano, Ippolito Dell’Anna, Maria Rita Catasta e Maria Cristina Nanni.
“Quello che abbiamo voluto fare – concludono - è stato portare un messaggio di incoraggiamento ai ragazzi: sull'affrontare le difficoltà e credere nei propri sogni al di là di ostacoli, rifiuti e paure”

23 MAGGIO: AMNESTY INTERNATIONAL CON LE SCUOLE DI PALERMO E CAPACI PER PARLARE DI DIRITTI UMANI

Giovedì 23 maggio Amnesty International Italia sarà a Palermo e Capaci in occasione del 27° anniversario della strage di mafia che uccise il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. 

Durante la giornata le attiviste e gli attivisti siciliani dell'associazione organizzeranno laboratori partecipativi sui difensori dei diritti umani: donne e uomini che, proprio come Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e anche Paolo Borsellino - vittima di un altro attentato di mafia neanche due mesi dopo quello di Capaci - dedicano la propria vita alla protezione e alla difesa dei diritti umani, pagandone spesso le estreme conseguenze.  

"Nel nostro paese decine di persone vivono sotto scorta a causa del loro impegno in favore dei diritti, della giustizia, della legalità. Tra loro, ricordiamo anche gli oltre 20 giornalisti minacciati per aver esercitato il diritto alla libertà di stampa. Né l'Italia né il resto dell'Unione europea, dove negli ultimi 20 mesi sono stati assassinati quattro giornalisti, sono un luogo sicuro per i difensori dei diritti umani", ha dichiarato Chiara di Maria, responsabile di Amnesty International Sicilia. 

Durante la giornata sarà inoltre possibile firmare gli appelli di Amnesty International e ricevere materiale di informazione e sensibilizzazione sui diritti umani e sulle iniziative presenti sul territorio.  

Grande come una città e Amnesty International presentano: Start the Change! La migrazione vissuta e raccontata con gli occhi dei ragazzi.

Mercoledì 22 maggio, presso il Liceo Classico Orazio (Via Alberto Savinio, 40 00141 Roma), dalle 18:00 alle 20:00, il gruppo Quinta Nazione al mondo di Grande come una città e Amnesty International presentano: Start the change! La migrazione vissuta e raccontata con gli occhi dei ragazzi.

L’incontro, a conclusione del percorso intrapreso nell’ambito del progetto Start The Change! - al quale 23 studenti del liceo Orazio hanno preso parte - vedrà gli stessi impegnati in una serie di performance che racconteranno i temi della migrazione e della sostenibilità, affiancati da due ospiti d’eccezione: Giacomo Ferrara e Tommaso Zanello (in arte Piotta) che saranno a loro volta interrogati e messi alla prova dai ragazzi.

Saranno presenti anche Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, il centro di accoglienza per minori non accompagnati Intersos24, Claudia Pratelli e Christian Raimo, rispettivamente Assessora alla Scuola e Assessore alla Cultura del III Municipio di Roma.

Start the Change! è un progetto co-finanziato dalla Commissione Europea.
Ha come obiettivo quello di accrescere la consapevolezza dei giovani europei sull’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile in relazione con i fenomeni migratori e le violazioni dei diritti umani attraverso lo sviluppo di percorsi educativi e innovativi.

In collaborazione con docenti ed educatori, Start the Change! si propone di accrescere il coinvolgimento dei giovani all’interno delle comunità di appartenenza. Allo stesso tempo, il progetto mira a rafforzare il network tra scuole, organizzazioni della società civile e autorità locali.

Start the Change! coinvolge 15 partner, di cui 4 in Italia (Amnesty International Italia, Progettomondo.mlal, Amici dei Popoli e CISV), si svolge in 12 paesi europei, è indirizzato a 26.400 giovani tra i 15 e i 24 anni di età e a 1.300 docenti ed educatori. Saranno complessivamente coinvolte oltre 1 milione di persone.

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Grande come una Città è un movimento culturale cittadino nato nel Terzo Municipio. Animato dal sogno di creare con gli stessi protagonisti del quartiere incontri, eventi, arte e cultura contraddistinti dal valore della cittadinanza attiva e dalla convinzione che la cultura sia uno strumento indispensabile alla costruzione di una cittadinanza consapevole. Al momento conta più di 700 membri attivi all’interno di un google group dedicato, più di 5000 iscritti alla pagina facebook, 28 gruppi tematici all’interno dei quali i cittadini costruiscono incontri, dibattiti, laboratori e attività in sinergia con le realtà del territorio.

Il gruppo della Quinta nazione al mondo, al suo interno, si occupa di affrontare il fenomeno migratorio nella sua vastità e complessità, indagando di volta in volta, per ogni incontro, un aspetto diverso del fenomeno.

Amnesty International è un movimento mondiale di oltre sette milioni di persone che partecipano a campagne per un mondo dove tutti possano godere dei diritti umani. La sua visione è quella di un mondo in cui a ciascuna persona siano garantiti i diritti umani sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti umani e altri standard internazionali.

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INTERSOS24 è un centro di cure primarie e accoglienza per minori stranieri non accompagnati a Roma, nato per offrire assistenza e servizi H24, 7 giorni su 7. Non è solo un luogo protetto per ragazze e ragazzi bisognosi di assistenza ma uno spazio aperto, a disposizione del quartiere, con un ambulatorio aperto a tutti e la possibilità di ospitare attività di gruppi ed associazioni locali. INTERSOS24 è un progetto totalmente finanziato da INTERSOS attraverso i singoli, le associazioni, le fondazioni e le aziende private che scelgono di sostenerlo.

Giacomo Ferrara è un attore italiano. Nel 2015 prende parte al film Suburra in un ruolo comprimario. Nel 2017 è uno dei protagonisti del film Il permesso - 48 ore fuori. Sempre nel 2017 entra a far parte del cast di Suburra - La serie, basata sull'omonimo film e prodotta da Netflix, in cui ricopre il ruolo di Spadino, uno dei protagonisti, che lo rende noto al grande pubblico.

Tommaso Zanello, in arte Piotta, è un rapper e produttore discografico italiano. Tommaso è cresciuto nel quartiere di Monte Sacro, soprannominato "Piotta" per i suoi occhiali tondi come le monete da cento lire, dette piotte in dialetto romanesco. Compie gli studi classici al liceo Giulio Cesare; dopo le esperienze da DJ all'interno di alcune radio romane, inizia a scrivere e comporre testi hip hop. Collabora con alcune formazioni musicali e negli anni si afferma tra i più quotati musicisti di rap italiani: nel 1998 riceve il titolo di migliore MC italiano dalla rivista AL Magazine. Dello stesso anno il suo primo album Comunque vada sarà un successo, il cui singolo Supercafone scala le classifiche portandolo al disco di Platino. Vanta collaborazioni con diversi artisti e gruppi italiani.

Impegnato sui temi dell’ambiente e del sociale, è stato più volte candidato al Premio Amnesty International per i suoi brani a tema diritti umani.

Riccardo Noury, Portavoce di Amnesty International Italia, di cui fa parte dal 1980. Autore e coautore di libri sulle violazioni dei diritti umani, in particolare sulla pena di morte e la tortura, ha tradotto e pubblicato in Italia le poesie dei detenuti di Guantanamo. Scrive anche per il Corriere della Sera, il Fatto Quotidiano, Pressenza e Articolo21.

AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA DEPLORA LA “REAZIONE SPREZZANTE” DEL MINISTRO DELL’INTERNO AI RILIEVI SUI DIRITTI UMANI DELLE NAZIONI UNITE

“La reazione sprezzante, con annesso paragone a scopo dispregiativo con un programma comico televisivo, del ministro dell’Interno ai rilievi mossi dalle Nazioni Unite sui diritti umani in Italia dimostra un preoccupante deficit di cultura istituzionale e di conoscenza del funzionamento del sistema internazionale di monitoraggio sul rispetto dei diritti umani”, ha dichiarato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia.

“Le critiche oggetto della lettera, la terza in pochi mesi, dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani non possono essere liquidate con una battuta o screditate in quanto provenienti da un organismo ‘di cui fanno parte Turchia e Corea del Nord’. La lettera è sottoscritta, infatti, non da rappresentanti statali eletti a rotazione in organi collegiali ma da esperti autorevoli e del tutto indipendenti che monitorano la situazione dei diritti umani in decine di stati ogni anno”, ha aggiunto Rufini.

“Amnesty International Italia condivide le preoccupazioni espresse nella lettera inoltrata il 15 maggio all’ambasciatore italiano all’Onu, circa i reiterati ostacoli alle operazioni di ricerca e soccorso in mare da parte delle Ong, la valutazione della Libia come ‘porto sicuro’, le politiche che possono risultare in contrasto col principio di non-respingimento e i provvedimenti, l’ultimo dei quali potrebbe essere il cosiddetto decreto sicurezza bis, che hanno l’effetto d’intensificare il clima di ostilità e xenofobia nei confronti dei migranti”, ha sottolineato Rufini.

“Ci auguriamo che, a differenza delle due precedenti occasioni, questa volta il governo italiano vorrà rispondere all’Alto commissariato per i diritti umani in modo serio e approfondito e con una procedura rispettosa del ruolo dell’interlocutore”, ha concluso Rufini.

Roma, 20 maggio 2019

Nuovo logo, nuovi servizi e tanto altro alla Biblioteca di Mattia

Con l'approvazione da parte del comitato di gestione della biblioteca di Mattia del nuovo logo che vedete qui in alto sono stati disposti nuovi servizi per gli utenti: presto sarà completato il catalogo dei libri che potranno anche essere richiesti online per il prelievo.
Inoltre la Biblioteca di Mattia sarà sempre più protagonista di iniziative culturali del territorio: la prima, la serata dedicata a Gramsci, che si terrà il prossimo 30 maggio al Circolo Arci di XII Morelli.
"La scelta di un logo semplice, scritta bianca su sfondo rosso, è stata dettata dal fatto di rendere visivamente riconoscibile con facilità il logo su manifesti e altro materiale pubblicitario. Il rosso, perchè è comunque il colore che meglio identifica anche caratterialmente il personaggio della finzione letteraria a cui la nostra biblioteca è intitolata"
Sul sito https://biblioteca-di-mattia.webnode.it/ è possibile consultare gli altri servizi a disposizione. L'accesso alla biblioteca è gratuito, tuttavia richiedendo la tessera è possibile usufruire di servizi dedicati.
La biblioteca fungerà non soltanto da comune e normale biblioteca, ma anche come ente di promozione culturale e di conservazione documentale, sul modello della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

AMNESTY INTERNATIONAL: SIRIA, IL CONSIGLIO DI SICUREZZA DEVE INDAGARE SUI CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ COMMESSI A IDLIB

Amnesty International ha dichiarato condividendo nuove strazianti testimonianze di operatori sanitari della regione, sempre più scossi, che il governo siriano, sostenuto dalla Russia, sta conducendo un attacco deliberato e sistematico sugli ospedali e sulle altre strutture mediche di Idlib e Hama.

In concomitanza con la discussione della questione della Siria nord-occidentale da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’associazione ha sollecitato un intervento per mettere sotto pressione la Russia per aver colpito deliberatamente 15 ospedali a Idlib nelle ultime tre settimane.

“Bombardare ospedali che stanno svolgendo le loro funzioni mediche è un crimine di guerra. Questi ultimi attacchi hanno privato civili in disperato bisogno di cure mediche delle ultime ancore di salvezza. Questo fa parte di uno schema ben definito che mira alle strutture mediche per attaccare sistematicamente la popolazione civile e costituisce un crimine contro l’umanità”, ha affermato Lynn Maalouf, direttrice della ricerca di Amnesty International sul Medio Oriente.

“La comunità internazionale finora non è riuscita a proteggere i civili in Siria dagli orrori di questo conflitto. Sollecitiamo i membri del Consiglio di sicurezza riuniti oggi a fare tutto quanto è in loro potere per porre fine al massacro dei civili a Idlib e trovare i responsabili di questi crimini spaventosi”.

Il personale di quattro ospedali di Idlib e Hama ha dichiarato ad Amnesty International di essere stato preso di mira nonostante avesse condiviso le proprie coordinate con il governo siriano e quello russo.

Secondo le Nazioni Unite e le organizzazioni mediche siriane, almeno 15 ospedali sono stati danneggiati o distrutti a Idlib e Hama dall’inizio di maggio. L’escalation degli attacchi ha anche portato allo sfollamento di 180.000 persone. Almeno 16 organizzazioni umanitarie hanno sospeso alcune operazioni a Idlib a causa degli attacchi, esacerbando una situazione già disastrosa in cui almeno 1,5 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria urgente.

Amnesty International ha intervistato 13 persone riguardo ai recenti attacchi su quattro ospedali e ha esaminato alcune riprese video che confermano le testimonianze.

Gli intervistati hanno detto che tra il 5 e l’11 maggio il governo siriano ha sferrato diversi attacchi aerei sull’ospedale Pulse of Life di Hass; sull’ospedale Cave a Kaferzita; e sull’ospedale chirurgico e l’ospedale Al-Sham di Kafranbel. Tutte queste strutture, che insieme servono almeno 300.000 persone nel sud di Idlib e nella campagna settentrionale e occidentale di Hama, sono ora fuori servizio.

L’ospedale chirurgico di Kafranbel

Il 5 maggio 2019, verso le 17:00, gli aerei da guerra del governo siriano hanno effettuato numerosi raid aerei sull’ospedale chirurgico di Kafranbel, distruggendo il primo piano dove si trovavano una farmacia, uffici, magazzini e il centralino elettrico. Il seminterrato è stato gravemente danneggiato.  L’attacco ha ucciso un paziente e ferito suo fratello.

Un’infermiera che si trovava all’interno dell’ospedale al momento dell’aggressione ha descritto come il caos prodotto dai numerosi attacchi.

“Abbiamo trasferito i feriti nel seminterrato. Un secondo raid aereo è avvenuto mentre stavamo cercando di fermare le perdite di sangue, e ha tagliato la corrente… Poi hanno avuto luogo un terzo e quarto raid aereo… Abbiamo sentito solo rumore di esplosioni e il seminterrato tremare… Abbiamo aperto l’ossigeno perché non c’era più aria”.

I video verificati da Amnesty International mostrano danni all’ospedale coerenti con i bombardamenti aerei.

L’ospedale Nabad al-Hayat

Due membri del personale dell’ospedale Nabad al-Hayat [Pulse of Life] di Hass hanno riferito ad Amnesty International che l’ospedale era stato evacuato a titolo precauzionale dopo l’intensificazione degli attacchi iniziati alla fine di aprile. Due giorni dopo l’evacuazione, il 5 maggio, il governo siriano ha compiuto numerosi raid al mattino e al pomeriggio, distruggendo l’ospedale. Non ci sono stati feriti perché l’ospedale era già vuoto.

Il direttore del reparto chirurgico dell’ospedale ha raccontato ad Amnesty International come l’anno scorso l’ospedale fosse stato trasferito in una zona remota nella periferia del villaggio di Hass. L’attacco del 5 maggio è stato il terzo dal trasferimento dell’ospedale nel marzo 2018.

“Tre giorni fa, la città di Kafranbel è stata colpita da razzi. Alcuni dei feriti sono stati trasferiti nelle case di medici e infermieri in modo da ricevere almeno un soccorso di emergenza che gli possa permettere di sopravvivere fino al trasferimento in un altro ospedale”, ha detto.

Amnesty International ha verificato che il video mostra un attacco aereo che colpisce una struttura la cui posizione è coerente con quella dell’ospedale di Nabad al-Hayat.

L’ospedale Cave di Kaferzita

Due operatori sanitari dell’ospedale Cave di Kaferzita hanno riferito ad Amnesty International che il governo siriano ha effettuato almeno quattro bombardamenti il 5 maggio 2019, verso le 12:00, causando gravi danni all’ospedale e rendendolo inoperativo.

Un’infermiera che era presente all’interno dell’ospedale al momento dell’attacco con altri operatori sanitari e un paziente ferito, ha descritto quattro attacchi consecutivi che sono iniziati verso le 11 del mattino. Ha detto:

“Avevamo molta paura che l’esercito siriano invadesse la città e entrasse nell’ospedale… Ci siamo affidati a Dio e siamo riusciti a uscire dall’ospedale. Il quarto attacco è avvenuto dopo che siamo stati evacuati”.

L’ospedale di Al-Sham

Un membro dello staff e un medico dell’ospedale al-Sham a Kafranbel hanno riferito ad Amnesty International che l’11 maggio due attacchi aerei hanno messo l’ospedale fuori servizio. Il direttore dell’ospedale ha detto che l’ospedale è stato colpito e riparato diverse volte dal 2018, e che attenderanno la fine degli attacchi aerei prima di cominciare i lavori un’altra volta.

Gli attacchi agli ospedali e alle strutture mediche nelle zone controllate dall’opposizione sono ormai un tratto comune della guerra siriana. Sono stati presi di mira ospedali anche ad Aleppo, Daraa e nelle campagne di Damasco, durante le operazioni del governo siriano per riconquistarne il controllo. In molti casi gli ospitali e le organizzazioni umanitarie hanno dichiarato che avevano provveduto a segnalare le loro coordinate al governo siriano per evitare di essere attaccati.

Un disastro umanitario

Attacchi deliberati su civili e su proprietà civili, inclusi ospedali e altre strutture sanitarie, violano il diritto umanitario internazionale ed equivalgono a crimini di guerra.

“Con il crescere dell’assalto a Idlib, almeno 300.000 persone sono state lasciate senza ospedali accessibili. Questo è un disastro umanitario, causato dalla spietatezza del governo siriano che, con il sostegno russo, continua a calpestare il diritto internazionale”, ha detto Maalouf.

“I membri del Consiglio di sicurezza hanno il dovere di rendere la protezione dei civili siriani prioritaria sui miseri interessi e i grandi giochi di potere. La Russia, in particolare, deve usare la sua influenza per assicurare che la Siria interrompa immediatamente gli attacchi contro i civili e gli ospedali e ristabilisca una situazione in cui le organizzazioni umanitarie abbiano facilmente accesso ai civili in difficoltà”, ha concluso.

Lettera aperta del Sindaco di Stazzema

Cara cittadina, caro cittadino, 
non finiamo più ormai di indignarci: striscioni rimossi dalle forze di polizia perché ritenuti offensivi, manifestanti arrestati sui tetti perché scomodi, raduni fascisti a Predappio per ricordare il Duce o a Prato per il centenario del fascismo. Adesso arriva la sospensione per 15 giorni di una docente di Italiano dell'Istituto tecnico Industriale Vittorio Emanuele III di Palermo a cui viene  contestato il fatto di non avere controllato preventivamente il lavoro dei suoi alunni, i quali, in occasione della Giornata della memoria del 27 gennaio, avevano presentato un video nel quale accostavano la promulgazione delle leggi razziali del periodo fascista al Decreto sicurezza del ministro dell'Interno.

Non si ricorda un analogo provvedimento quando un insegnante nella Provincia di Massa Carrara sventolò una bandiera della Repubblica Sociale Italiana sopra i Monti di Vinca luogo in cui i nazifascisti uccisero 173 civili. Dov’era il ruolo dell’educatore allora?
Il paragone tra il Decreto Sicurezza e le Leggi Razziali forse non ci sta, ma il provvedimento appare enorme per un’insegnante con oltre 40 anni di servizio, quando sui social, su internet circolano liberamente insulti di ogni genere a sfondo razziale, sessuale e di ogni genere. Se il Decreto Sicurezza ha stimolato in un ragazzo quel tipo di conclusione, poteva essere un motivo di una riflessione profonda su un tema delicato come le migrazioni e su quello che furono le leggi razziali. 
Sbagliato o meno l’accostamento era frutto di un pensiero di un alunno: dobbiamo aspettarci che presto ci sarà il controllo su temi, compiti in classe ed in futuro, per essere sicuri che i bambini crescano allineati, anche sui pensierini. 
C’è già stato un periodo in cui ciò accadeva e quel periodo si chiama Fascismo.
Sempre antifascisti: e piena solidarietà agli insegnanti che lavorano per formare ragazzi e ragazze indipendenti e capaci di una critica. Continuate a portare i ragazzi a Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Ventotene, Capaci ed in tutti i luoghi in cui qualcuno è morto per la nostra libertà.
Non avremo mai paura di un pensiero libero: ci spaventa invece, molto la censura sull’insegnamento e sulle riflessioni spontanee dei nostri ragazzi. 
Cari saluti, 

Il Sindaco di Stazzema 
Maurizio Verona 

VENEZUELA Crimini contro l'umanità in Venezuela Amnesty International sollecita una vigorosa risposta del sistema di giustizia internazionale











Le esecuzioni extragiudiziali mirate, le detenzioni arbitrarie, le morti e i ferimenti causati dall’uso eccessivo della forza da parte del governo Maduro nel contesto di una politica repressiva sistematica e diffusa a partire almeno dal 2017 possono costituire crimini contro l’umanità: è quanto ha dichiarato oggi Amnesty International in un nuovo rapporto su quanto accaduto nel paese latino-americano alla fine di gennaio 2019, intitolato “Fame di giustizia: crimini contro l’umanità in Venezuela”.

“Come sosteniamo da anni, in Venezuela è applicata una sistematica politica di repressione contro gli oppositori o persone ritenute tali solo perché prendono parte alle proteste: il governo Maduro deve renderne conto di fronte al sistema di giustizia internazionale”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.

“Chiediamo a tutti gli stati di mostrare il loro inequivoco sostegno alle vittime e di assicurare che i crimini ai loro danni non restino impuniti. La comunità internazionale non può voltare le spalle alle vittime, tanto quelle rimaste in Venezuela quanto quelle che hanno lasciato il paese, di questa crisi senza precedenti”, ha aggiunto Guevara-Rosas. 

Nel gennaio 2019 crimini di diritto internazionale e violazioni dei diritti umani sono stati commessi in modo costante in quasi ogni parte del paese, caratterizzati da un alto livello di coordinamento tra le forze di sicurezza locali e nazionali. Non si è trattato di azioni casuali o isolate, ma di attacchi pianificati diretti dalle forze di sicurezza contro persone identificate o percepite come oppositori, soprattutto nei quartieri poveri, con l’obiettivo di neutralizzarle o eliminarle.

Le autorità ai più alti livelli, compreso Nicolás Maduro, sapevano di questi gravissimi attacchi, avvenuti in luoghi pubblici, ma non hanno preso alcun provvedimento per prevenirli né per accertarne i responsabili. Amnesty International ritiene che la copertura fornita a queste e alle successive azioni faccia parte della politica di repressione. 

La natura degli attacchi di gennaio, dal punto di vista della gravità dell’accaduto, del numero delle vittime, dei tempi e dei luoghi, del livello di coordinamento tra le forze di sicurezza e delle similitudini con quanto accaduto nel 2014 e nel 2017 hanno portato Amnesty International a ritenere che le autorità venezuelane abbiano commesso crimini contro l’umanità e debbano risponderne di fronte a un organismo giudiziario indipendente e imparziale.

Pertanto, Amnesty International chiede che il Consiglio Onu dei diritti umani, nella sua prossima sessione di giugno-luglio 2019, istituisca una commissione d’inchiesta; che gli stati genuinamente preoccupati per la situazione in Venezuela attivino l’istituto della giurisdizione universale; che l’ufficio della Procuratrice del Tribunale penale internazionale, che aveva iniziato un esame preliminare della situazione all’inizio del 2018, prenda in considerazione anche gli eventi più recenti.

Il grave deterioramento delle condizioni di vita e la sistematica violazione dei diritti economici, sociali e culturali continuano a riguardare la maggioranza dei venezuelani, tre milioni e 700 mila dei quali hanno lasciato il paese. Almeno tre milioni si trovano in altri paesi latino-americani e caraibici e molti di essi hanno bisogno di protezione internazionale.

“In un clima di gravi violazioni dei diritti umani, di fronte alla carenza di medicine e cibo e alla violenza generalizzata, in Venezuela c’è un’urgente fame di giustizia. I crimini contro l’umanità probabilmente commessi dalle autorità non devono rimanere impuniti”, ha commentato Guevara-Rosas.

“Fino a quando non sarà avviato il percorso verso la verità, la giustizia e la riparazione, il Venezuela continuerà a essere impantanato nella crisi estremamente grave dei diritti umani e nella repressione che vanno ormai avanti da tempo. Quanto è accaduto all’inizio del 2019 e più recentemente alla fine di aprile ne è la prova”, ha sottolineato Guevara-Rosas. 

Ulteriori informazioni
Nel febbraio 2019 Amnesty International ha condotto una missione di ricerca in Venezuela intervistando decine di vittime di crimini di diritto internazionale e di gravi violazioni dei diritti umani commesse soprattutto tra il 21 e il 25 gennaio, un periodo contrassegnato da proteste di massa in tutto il paese contro il governo Maduro.

La ricerca ha evidenziato un allarmante cambio di marcia nelle politiche repressive contro coloro che dimostravano contro il governo Maduro, la maggior parte dei quali provenienti dalle comunità povere.

Dal 21 al 25 gennaio, in 12 dei 23 stati del Venezuela, sono state uccise almeno 47 persone, tutte a colpi d’arma da fuoco. Almeno 33 vittime sono state uccise dalle forze di sicurezza, altre sei da soggetti che agivano durante le manifestazioni con l’approvazione delle autorità. Undici delle morti sono qualificabili come esecuzioni extragiudiziali e sei di esse sono descritte in dettaglio nel rapporto di Amnesty International. 

Nel corso di quei cinque giorni, oltre 900 persone - compresi bambini e adolescenti - sono state arrestate arbitrariamente in quasi tutti gli stati del Venezuela. Si stima che solo il 23 gennaio, il giorno in cui si sono svolte proteste in tutto il paese, siano stati eseguiti circa 770 arresti.

Dal 2014 Amnesty International denuncia il sistema repressivo del governo Maduro, che comprende l’uso eccessivo della forza contro i manifestanti, trattamenti crudeli e inumani e torture allo scopo di neutralizzare le proteste sociali.

Attraverso l’analisi di 22 casi, l’organizzazione per i diritti umani ha individuato un modello di arresti arbitrari per motivi politici occorsi ogni anno e ha identificato almeno sei prigionieri di coscienza.

Amnesty International ha anche denunciato che dal 2015 al 2017 le forze di sicurezza hanno commesso oltre 8000 esecuzioni extragiudiziali e ha raccolto informazioni dettagliate su otto casi di attacchi contro giovani residenti nei quartieri poveri che mostrano notevoli similitudini. 

Queste prove hanno consentito all’organizzazione di riconoscere quella natura di sistematica e diffusa repressione anche nelle proteste del gennaio 2019.
Roma, 14 maggio 2019

Il rapporto “Fame di giustizia: crimini contro l’umanità in Venezuela” è online all’indirizzo:
https://www.amnesty.it/crimini-contro-lumanita-in-venezuela-sollecitiamo-una-risposta-del-sistema-di-giustizia-internazionale/ 



Porti aperti alle navi che trasportano bombe?



La nave saudita «Bahri Yanbu», carica di armi che rischiano di essere utilizzate anche nella guerra 
in Yemen, sta cercando di attraccare nei porti europei per caricare armamenti destinati alle forze 
armate della monarchia assoluta saudita. Dopo aver caricato munizioni di produzione belga ad 
Anversa, ha visitato o tentato di visitare porti nel Regno Unito, in Francia e Spagna, e dovrebbe 
attraccare nel porto italiano di Genova a partire dal 18 maggio prossimo. La nave partita dagli 
Stati Uniti, passata per il Canada prima di arrivare in Europa, ha come destinazione finale Gedda, 
Arabia Saudita, con arrivo previsto il 25 maggio. È perciò reale e preoccupante la possibilità che 
anche a Genova possano essere caricate armi e munizionamento militare; ricordiamo infatti che 
negli ultimi anni è stato accertato da numerosi osservatori indipendenti l'utilizzo contro la 
popolazione civile yemenita anche di bombe prodotte dalla RWM Italia (con sede a Ghedi, 
Brescia, e stabilimento a Domusnovas in Sardegna). 

Esiste quindi il fondato pericolo che i porti italiani accolgano gli operatori marittimi che 
trasferiscono sistemi di armi e munizioni destinati a paesi in conflitto: armi che possono essere 
usate – com’è già accaduto – per commettere gravi violazioni dei diritti umani e che anche 
secondo i trattati internazionali firmati dal nostro Paese non dovrebbero essere consegnate. 
Bombe che alimentano le guerre che a loro volta alimentano le migrazioni che, a parole, tutti 
vorrebbero prevenire aiutando le popolazioni “a casa loro”: una vera follia. 

La vicenda del cargo saudita «Bahri Yanbu» rischia ora di diventare un caso internazionale, 
coinvolgendo anche le autorità italiane. La nave, partita all’inizio di aprile dal porto di Corpus 
Christi, USA, per poi arrivare a Sunny Point, il più grande terminal militare del mondo, il 4 maggio 
ha imbarcato ad Anversa – secondo alcune organizzazioni della società civile belga – 6 container 
di munizioni. L’8 maggio avrebbe dovuto entrare nel porto di Le Havre per caricare 8 cannoni 
semoventi Caesar da 155 mm prodotti da Nexter, ma ha dovuto rinunciarvi per la mobilitazione 
dei gruppi francesi di attivisti dei diritti umani, contrari alla vendita di armi che potrebbero 
essere impiegate nella guerra in Yemen. Si è quindi diretta verso il porto spagnolo di Santander, 
dove è giunta per uno scalo non previsto, presumibilmente per aggirare l’azione legale avviata 
dagli attivisti francesi. Anche qui si sta registrando la mobilitazione di varie associazioni della 
società civile – tra cui Amnesty International, Oxfam, Grenpeace, Fundipau – che si sono 
appellate alle autorità spagnole. 

La «Bahri Yanbu» appartiene alla maggiore compagnia di shipping saudita, la Bahri, già nota 
come National Shipping Company of Saudi Arabia, società controllata dal governo saudita, e dal 
2014 gestisce in monopolio la logistica militare di Riyadh. Anche la tipologia della nave, una delle 
6 moderne con/ro multipurpose della flotta Bahri, ha una chiara vocazione militare, adatta al 
trasporto sia di carichi ro/ro e heavy-lift speciali (ovvero anche mezzi militari fuori norma), sia di 
container. 

Le nostre associazioni hanno ripetutamente chiesto ai precedenti Governi e all'attuale Governo 
Conte di sospendere l'invio di sistemi militari all'Arabia Saudita ed in particolare le forniture di 
bombe aeree MK80 prodotte dalla RWM Italia che vengono sicuramente utilizzate dall'aeronautica 
saudita nei bombardamenti indiscriminati contro la popolazione civile in Yemen. Riteniamo che 
queste esportazioni siano in aperta violazione della legge 185/1990 e del Trattato internazionale 
sul commercio delle armi (ATT) ratificato dal nostro Paese. Il Trattato sul commercio delle armi 
(ATT) impone a tutti i paesi coinvolti nel trasferimento di attrezzature militari (cioè anche nel 
transito e nel trasbordo) verso Paesi coinvolti in conflitti armati di verificare (art. 6.3) se le armi 
trasferite possano essere impiegate per commettere crimini di guerra o violazioni dei diritti umani 
e di conseguenza di sospendere le forniture (art. 7). 

Secondo i rapporti dell'UE sulle esportazioni di armi, gli Stati membri dell'UE hanno emesso 
almeno 607 licenze per oltre 15,8 miliardi di euro in Arabia Saudita nel 2016. I principali 
esportatori europei di armi convenzionali verso l'Arabia Saudita includono Regno Unito, Francia, 
Spagna, Italia e Bulgaria. Tra il 2013 e il 2018, l'Arabia Saudita rappresentava circa la metà delle 
esportazioni militari del Regno Unito e un terzo di quelle del Belgio. Altri paesi - tra cui Svezia, 
Germania, Paesi Bassi e Norvegia - hanno sospeso o iniziato a limitare le vendite di armi alla 
coalizione guidata dall'Arabia Saudita e dagli EAU. In Italia, nonostante il presidente del Consiglio, 
Giuseppe Conte, lo scorso 28 dicembre abbia affermato che «il governo italiano è contrario alla 
vendita di armi all’Arabia Saudita per il ruolo che sta svolgendo nella guerra in Yemen. Adesso si 
tratta solamente di formalizzare questa posizione e di trarne delle conseguenze», nessuna 
sospensione è stata ancora definita e le forniture di bombe e sistemi militari sono continuate 
anche in questi mesi ammontando ad un controvalore di 108 milioni di euro nel solo 2018 (come 
risultante dai dati ufficiali governativi elaborati dall'Osservatorio Opal di Brescia). 

Le associazioni pertanto invitano le autorità competenti a non mettere a disposizione della 
nave Bahri Yanbu lo scalo di Genova. 

Amnesty International Italia - Comitato per la riconversione RWM e il lavoro sostenibile - 
Fondazione Finanza Etica - Movimento dei Focolari Italia - Oxfam Italia - Rete della Pace - 
Rete Italiana per il Disarmo - Save the Children Italia 



APOCALISSE DEL RETAIL A VERONA? “LA SOLUZIONE E’ USARE AMAZON, NON LA WEB TAX”

ISRAELE: AZIONE LEGALE DI AMNESTY INTERNATIONAL PER FERMARE LE ESPORTAZIONI DI SOFTWARE DI SORVEGLIANZA DELL’AZIENDA NSO GROUP

Oggi una cinquantina di soci e simpatizzanti di Amnesty International e altri attivisti per i diritti umani presenteranno un esposto a un tribunale di Tel Aviv per chiedere che il ministero della Difesa revochi le licenze all’esportazione in favore dell’azienda israeliana NSO Group, i cui software di sorveglianza sono stati usati per attaccare difensori dei diritti umani in vari paesi.

I ricorrenti sostengono che il ministero della Difesa ha messo a rischio i diritti umani consentendo alla NSO Group di continuare a esportare i suoi prodotti. 
Nell’agosto 2018 un impiegato di Amnesty International era stato attaccato da un software particolarmente aggressivo chiamato Pegasus, chiamato in causa per altri attacchi ad attivisti e giornalisti in Arabia Saudita, Messico ed Emirati Arabi Uniti. 

“La NSO Group vende i suoi prodotti a governi noti per violare gravemente i diritti umani, mettendoli in grado di sorvegliare attivisti e critici. L’attacco ad Amnesty International è stato il colpo finale”, ha dichiarato Danna Ingleton, vicedirettrice di Amnesty Tech.

“Il ministero della Difesa israeliano ha ignorato le sempre più numerose prove sul collegamento tra la NSO Group e gli attacchi ai difensori dei diritti umani. Fino a quando prodotti come Pegasus saranno commercializzati senza adeguati controlli, i diritti e l’incolumità del personale di Amnesty International e di attivisti, dissidenti e giornalisti nel mondo saranno in pericolo”, ha aggiunto Ingleton.

L’azione legale fa parte di un progetto portato avanti insieme all’Istituto Bernstein per i diritti umani e la giustizia globale della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di New York, che sollecita giustizia per i difensori dei diritti umani attaccati da software malevoli.

“Prendere di mira i difensori dei diritti umani per il loro lavoro usando strumenti digitali intrusivi di sorveglianza non è consentito dal diritto internazionale. In assenza di controlli legali più robusti, l’industria dello spionaggio consente ai governi di aggirare i diritti alla privacy, alla libertà d’opinione e alla libertà d’espressione”, ha dichiarato la direttrice della Facoltà Margaret Satterthwaite.

“Il governo israeliano deve revocare le licenze all’esportazione in favore della NSO Group, non consentendo ulteriormente a quest’azienda di trarre profitti dalla repressione di stato”, ha aggiunto Satterthwaite. 

Un reticolo globale di sorveglianza 
Secondo quanto emerso dalle ricerche, il software Pegasus della NSO Group è stato usato per spiare numerosi esponenti della società civile tra cui almeno 24 difensori dei diritti umani, giornalisti e parlamentari in Messico; un impiegato di Amnesty International; gli attivisti sauditi Omar Abdulaziz, Yahya Assiri e Ghanem Al-Masarir; il premiato promotore di campagne per i diritti umani degli Emirati Ahmed Mansoor. Pegasus sarebbe stato usato anche per spiare il dissidente saudita, poi assassinato, Jamal Khashoggi.

Nell’agosto 2018 un impiegato di Amnesty International ha ricevuto un messaggio contenente dettagli su una protesta in programma di fronte all’ambasciata saudita di Washington, seguito da un link. In quel periodo Amnesty International stava svolgendo una campagna per ottenere il rilascio di alcune attiviste per i diritti umani arrestate in Arabia Saudita.

Aprendo il link, si sarebbe installato Pegasus. Questo software avrebbe infettato lo smartphone, accedendo alle liste dei contatti e prendendo il controllo della videocamera e del microfono.

Salvaguardie inefficaci
La NSO Group sostiene di voler aiutare i governi a combattere terrorismo e criminalità ma non ha potuto reagire di fronte alle crescenti prove riguardanti l’uso dei suoi prodotti per attaccare ai difensori dei diritti umani. Sebbene sostenga di svolgere rigorose analisi prima della vendita dei suoi prodotti, l’azienda non ha saputo fornire dettagli: qualora queste analisi fossero state realmente svolte, considerato il numero degli attacchi se ne dovrebbe dedurre che in molti casi siano state inefficaci.

La NSO Group ha ripetutamente negato, anche se in modo non credibile, che il software Pegasus sia stato usato scorrettamente per prendere di mira difensori dei diritti umani né si è mai assunta la responsabilità o ha messo a disposizione rimedi per le numerose denunce di uso scorretto della sua tecnologia di sorveglianza. L’azienda non ha neanche fornito informazioni sulle sue procedure di “due diligence”, facendo solo un vago riferimento all’esistenza di un comitato etico. Continua a non essere chiaro, dunque quali elementi vengano presi in considerazione prima che la NSO Group venda un prodotto che di per sé è invasivo come Pegasus.

In assenza di controlli efficaci basati su regole precise sulla vendita di prodotti commerciali di spionaggio e dell’assenza di azioni adeguate da parte della NSO per prevenire, mitigare o porre rimedio all’uso scorretto della sua tecnologia, gli attori della società civile continueranno a essere soggetti a sorveglianza illegale solo per voler esercitare i loro diritti umani.

“Occorre fermare l’uso dei prodotti della NSO Group per infiltrare, intimidire e ridurre al silenzio la società civile. Siamo decisi a chiamare la NSO Group a rispondere del suo ruolo negli attacchi ai difensori dei diritti umani”, ha concluso Ingleton.

Ulteriori informazioni
Alla fine del 2018 Amnesty International ha contattato la NSO Group su questi temi e ha ottenuto questa risposta:
“La NSO Group sviluppa tecnologia informatica per consentire alle agenzie governative di identificare e sventare piani di terrorismo e criminalità. I nostri prodotti sono sviluppati per essere usati unicamente per le indagini e la prevenzione della criminalità e del terrorismo, Ogni altro uso della nostra tecnologia contrario tali scopi è una violazione delle nostre politiche, dei contratti e dei valori che la nostra azienda sostiene. Se emerge una denuncia riguardante la violazione di un nostro contratto o l’uso inappropriato della nostra tecnologia, come Amnesty International ci ha segnalato, noi indaghiamo e assumiamo le azioni appropriate. Apprezziamo ogni specifica informazione che possa aiutarci a indagare ulteriormente”.

Roma, 13 maggio 2019

Per interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it 


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