Intervista a Marco Cevolani, direttore della collana editoriale Ci pensa Mattia

La prima domanda è d'obbligo...chi è Mattia?
Mattia è un personaggio inventato da me che fa la sua prima comparsa nel libro "Per una vita intera" e ora è il protagonista della collana "Ci pensa Mattia".
Uno spin-off quindi?
Diciamo di si. In "Per una vita intera" Mattia è un bambino di sette anni che viene preso in affido da Samuel (Bertelli, altro personaggio nato dalla fantasia di Marco, ndr). In questa nuova serie di avventure è un adolescente di quattordici anni.
Avventure?
Certo, rispetto al registro dei libri su Samuel, "Ci pensa Mattia" è una collana composta da una serie di avventure che spaziano fra la fantascienza e l'avventura in senso stretto.
Quanti volumi sono previsti?
Parecchi, ora sono stati pubblicati i primi due "Il cantone del diavolo" e "Viaggio ad Atlantide", entro fine luglio dovrebbe uscire "Terra di libertà" e ad agosto "Volo all'ultima cordella"
Quali i temi affrontati?
Tanti, ad esempio ne "Il cantone" di parla del Guercino, "Viaggio ad Atlantide" della mitica città perduta, "Terra di libertà" di lotta alla mafia, "Volo all'ultima cordella" di bocce.
Dove sono ambientate le avventure di Mattia?
Principalmente a Borgopianura, immaginaria cittadina della provincia Ferrarese, poi Cento, New York, Palermo.
Ma come nasce il personaggio di Mattia?
Da un sogno. Semplicemente mi sono sognato che Samuel incontrava un bambino di nome Mattia...nel sogno Mattia non faceva una bella fine...ma non mi andava di far morire un personaggio che pote

va dare tanto.
Mentre il Mattia di questa nuova linea editoriale dal desiderio di scrivere libri di avventura per i ragazzi.

Qui di seguito l'elenco completo delle avventure secondo il piano editoriale ideato da Marco Cevolani


1. Il cantone del diavolo 
2. Viaggio ad Atlantide
3. Terra di libertà  
4. Volo all’ultima cordella  
5. I giardini di Abu Gassi  

Prossimamente in libreria e in edicola

La vera storia del  partigiano di Borgopianura
Sulle tracce di Babbo Natale
Il figlio di Atlantide
Il cane bionico
Il percorso di San Michele
L’ultima invenzione di Leonardo Da Vinci
Maschera e Mantello
Eroi invincibili
In cerca del Capitano Arrow
Il ladro del carnevale
Il mistero del cinema abbandonato
Al Gran Premio di Formula Uno
La stazione dei treni fantasma
Il bambino che volava sulle ali d’argento
La spada invincibile
La città degli dei
Il sogno di Einstein
Il convento e la quercia secolare
La torre del tempo
La torre degli eroi
La torre del serpente
Il palazzo di cristallo
Il castello delle ombre
La minaccia del lontano ovest
Mattia contro il vampiro
Mattia contro la creatura
Mattia sfida l’uomo invisibile
Il dispositivo di Anticitera 
Il segno dei cinque
La lancia del destino
Mattia sfida la Società della Terra Piatta
La cittadella perduta
1858: quando l’uomo arrivò sulla Luna
Mattia e il senno di Orlando
Maschera e Mantello contro Bar-Man
Mattia sfida il Ministero
Mattia sfida il Commissariato

LIBIA: Amnesty international chiede che l'orribile attacco al centro di detenzione per mjigranti sia indagato come crimine di guerra

Amnesty International ha chiesto al Tribunale penale internazionale di aprire un’indagine urgente sull’orribile attacco contro il centro di detenzione per migranti di Tajoura, nella zona orientale di Tripoli, in cui sono morti almeno 40 migranti e rifugiati e oltre 80 sono rimasti feriti.

Si è trattato del più grave attacco contro una struttura del genere da quando, il 4 aprile, l’Esercito nazionale libico del generale Haftar ha lanciato l’attacco per strappare la capitale libica alle forze del Governo di accordo nazionale.

“Questo attacco mortale, contro un centro di detenzione in cui erano intrappolate senza via di fuga oltre 600 persone e la cui ubicazione era nota a tutte le parti in conflitto, dev’essere indagato in modo indipendente come crimine di guerra. Il Tribunale penale internazionale dovrebbe valutare immediatamente l’ipotesi che si sia trattato di un attacco diretto contro civili”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, direttrice per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.

“Il brutale massacro è un maledetto esempio delle conseguenze mortali delle ciniche politiche della Libia e dell’Europa in materia d’immigrazione. La cooperazione reciproca per fermare i flussi di migranti e rifugiati significa che, anziché avere a disposizione percorsi legali e sicuri per lasciare la Libia, migliaia di persone intercettate nel Mediterraneo centrale vengono riportate indietro, arrestate arbitrariamente e trasferite nei centri in cui sono esposte alla tortura e a pericoli mortali”, ha aggiunto Mughrabi.

“Molte delle vittime dell’attacco erano migranti e rifugiati fuggiti da bagni di sangue, persecuzioni e povertà in cerca di una vita migliore e che invece si sono trovati incarcerati a tempo indeterminato in un centro di detenzione libico vicino alle zone di combattimento”, ha proseguito Mughrabi.

“Questo attacco dovrebbe far vergognare le parti in conflitto e spingerle ad agire immediatamente per trasferire migranti e rifugiati lontano dalle zone di conflitto e porre fine alla crudele prassi della detenzione arbitraria nei loro confronti”, ha sottolineato Mughrabi.

Amnesty International è riuscita a parlare con tre rifugiati eritrei detenuti nel centro di Tajoura. Secondo le testimonianze, un primo colpo ha centrato un hangar adiacente, il successivo cinque minuti dopo ha raggiunto la zona centrale dov’erano detenuti gli uomini. Circa 300 migranti e rifugiati, diversi dei quali erano stati riportati in Libia dopo essere stati intercettati in mare, sono ora nelle strade di Tajoura, impauriti e in attesa di assistenza.

Amnesty International ha anche analizzato video e fotografie pubblicate dopo l’attacco. Una fotografia mostra un cratere largo sette metri, un danno compatibile con l’uso di una bomba aerea. Anche se non è stato ancora accertato chi sia dietro l’attacco, questa settimana varie fonti hanno segnalato che l’Esercito nazionale libico aveva recentemente ricevuto degli jet F-16, in grado di compiere attacchi notturni e di fare danni del genere.

L’organizzazione per i diritti umani ha ripetutamente chiesto alle parti in conflitto di proteggere migranti e rifugiati e trasferirli lontano dalle zone dei combattimenti e da obiettivi militari.

Dalle ricerche di Amnesty International è emerso che nei pressi del centro di detenzione di Tajoura era ubicato un deposito di armi. Dopo che il 7 maggio era stato colpito un veicolo distante 100 metri dal centro di detenzione, Amnesty International aveva segnalato alle autorità libiche che esse stavano mettendo in pericolo la vita dei migranti e dei rifugiati trattenendoli arbitrariamente presso obiettivi militari. Anche l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati aveva chiesto il trasferimento dei migranti e dei rifugiati trattenuti nei centri situati nelle vicinanze delle zone interessate dal conflitto.

Amnesty International è stata in grado di accertare che alcuni detenuti del centro di Tajoura sono stati costretti a lavorare in un sito militare nelle vicinanze, anche in questo caso un’evidente violazione del diritto internazionale.

“Questo attacco deve suonare come un richiamo agli stati dell’Unione europea affinché pongano fine alle loro vergognose politiche di esternalizzazione alla Libia dei controlli sull’immigrazione nel tentativo di ridurre gli approdi di migranti e rifugiati sulle coste europee. Non è più possibile che questi stati chiudano gli occhi di fronte alle condizioni inumane, agli stupri, alla tortura e ad altre atrocità che i migranti e i rifugiati subiscono in quei centri, così come di fronte al loro stesso rifiuto di aiutare i rifugiati a raggiungere luoghi sicuri attraverso una idonea politica di ricollocamenti”, ha ammonito Mughrabi.

“Gli stati membri dell’Unione europea devono assicurare urgentemente percorsi legali e sicuri per i migranti e i rifugiati intrappolati in Libia e garantire che le persone partite da questo paese e intercettate in mare non siano riportate indietro”, ha concluso Mughrabi.

EGITTO, SEI ANNI DI AL-SISI: AMNESTY INTERNTIONAL DENUNCIA LA "LEGALIZZAZIONE" DI UNA REPRESSIONE SENZA PRECEDENTI

A sei anni dalla deposizione dell'ex presidente Mohamed Morsi, recentemente deceduto, Amnesty International ha denunciato il tentativo delle autorità egiziane di normalizzare le violazioni dei diritti umani attraverso una serie di norme che servono a "legalizzare" la crescente repressione della libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica.

In occasione del sesto anniversario della salita al potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi, Amnesty International ha pubblicato un'analisi della situazione dei diritti umani dal 2013 a oggi, già sottoposta al Consiglio Onu dei diritti umani in vista dell'Esame periodico universale cui l'Egitto sarà sottoposto a novembre.

"Da quando il presidente al-Sisi ha preso il potere, la situazione dei diritti umani in Egitto ha conosciuto un deterioramento catastrofico e senza precedenti. Attraverso una serie di leggi draconiane e di tattiche repressive delle sue forze di sicurezza, il governo del presidente al-Sisi ha orchestrato una campagna coordinata per rafforzare la stretta sul potere, erodendo ulteriormente l'indipendenza del potere giudiziario e imponendo soffocanti limitazioni nei confronti dei mezzi d'informazione, delle Ong, dei sindacati, dei partiti politici e dei gruppi e attivisti indipendenti", ha dichiarato Magdalena Mughrabi, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord.

Sotto la presidenza al-Sisi e col pretesto di combattere il terrorismo, migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente - centinaia delle quali per aver espresso critiche o manifestato pacificamente - ed è proseguita l'impunità per le amplissime violazioni dei diritti umani quali i maltrattamenti e le torture, le sparizioni forzate di massa, le esecuzioni extragiudiziali e l'uso eccessivo della forza.

Dal 2014 sono state emesse oltre 1891 condanne a morte, spesso al termine di processi iniqui, almeno 174 delle quali poi eseguite.

Delle 300 raccomandazioni sui diritti umani fatte all'Egitto dagli altri stati in occasione del precedente Esame periodico universale del 2014, l'Egitto ne ha accolte 237 e ne ha accettate parzialmente altre 11. Tuttavia, dalle ricerche di Amnesty International è emerso che di fatto non è stata avviata alcuna riforma in linea con quelle raccomandazioni.

"Legalizzare" la repressione
La legge del 2017 sulle Ong è stata il primo esempio delle norme draconiane introdotte dalle autorità egiziane per stroncare la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica.

La legge consente alle autorità di negare il riconoscimento delle Ong, di limitarne attività e finanziamenti e di indagare il loro personale per reati definiti in modo del tutto vago. Nel dicembre 2018 sono stati annunciati emendamenti alla legge ma non è chiaro se questi avranno a che fare con questioni legate ai diritti umani.

Dal 2014 almeno 31 rappresentanti di Ong sono stati colpiti da divieti di viaggio e le autorità hanno congelato i beni patrimoniali di 10 persone e di sette Ong nell'ambito di un'inchiesta sui finanziamenti provenienti dall'estero.

Nel 2018 sono state approvate la legge sui mezzi d’informazione e quella sui crimini informatici, che hanno esteso ulteriormente i poteri di censura sulla stampa cartacea e online e sulle emittenti radio-televisive. Secondo l'Associazione per la libertà di pensiero e di espressione, dal maggio 2017 le autorità egiziane hanno bloccato almeno 513 siti web, tra cui portali informativi e di organizzazioni per i diritti umani.

Una serie di emendamenti controfirmati dal presidente al-Sisi nel 2017 hanno poi conferito alle autorità il potere di eseguire arresti di massa, hanno prolungato all'infinito i tempi della detenzione preventiva e hanno pregiudicato il diritto a un processo equo.

Dal 2013 migliaia di persone sono state trattenute in detenzione preventiva per lunghi periodi di tempo, a volte anche per cinque anni, spesso in condizioni inumane e crudeli, senza cure mediche adeguate e con scarso accesso alle visite familiari. In alcuni casi, la polizia ha trattenuto per mesi persone di cui i tribunali avevano ordinato il rilascio.

Per limitare arbitrariamente la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica, in questi sei anni le autorità egiziane si sono costantemente basate su una legge relativa alle manifestazioni di epoca coloniale, adottata nel 1914, sulla draconiana legge sulle proteste del 2013 e sulla legge antiterrorismo del 2015.

Durante una fase particolarmente acuta della repressione, tra dicembre 2017 e gennaio 2019, almeno 156 persone sono state arrestate per aver criticato in modo pacifico le autorità, aver preso parte a riunioni o aver partecipato a manifestazioni. Più di recente, nel maggio e nel giugno 2019, sono stati arrestati almeno 10 oppositori pacifici, tra cui un ex parlamentare, leader dell'opposizione, giornalisti e attivisti.

Le autorità hanno anche approvato leggi che rafforzano le limitazioni ai sindacati indipendenti e l'impunità per le alte cariche delle forze armate per reati commessi dal 2013 al 2016, un periodo nel quale centinaia di manifestanti sono stati vittime di uccisioni illegali da parte delle forze di sicurezza.

Gli emendamenti costituzionali adottati nel 2019 hanno indebolito il primato della legge, compromesso l'indipendenza del potere giudiziario, aumentato i processi in corte marziale per i civili, eroso ulteriormente le garanzie di un processo equo e cristallizzato l'impunità per i membri delle forze armate. Gli emendamenti consentiranno anche al presidente al-Sisi di controllare dall'inizio alla fine l'applicazione delle norme che "legalizzano" la repressione, attraverso il potere di nomina delle alte cariche giudiziarie e la supervisione in materia giudiziaria.

"Sotto il presidente al-Sisi le leggi e il sistema giudiziario, che dovrebbero servire a garantire lo stato di diritto e a proteggere i diritti delle persone, sono stati trasformati in strumenti repressivi da utilizzare per processare chiunque critichi pacificamente le autorità. Questo accade proprio mentre le forze di sicurezza ricorrono sistematicamente alla tortura per estorcere confessioni che determineranno condanne al termine di processi irregolari", ha commentato Mughrabi.

"La comunità internazionale deve cessare di rimanere in silenzio di fronte alla decimazione della società civile egiziana, allo sbriciolamento di ogni forma di dissenso e all'apertura delle porte del carcere per le voci critiche e gli oppositori pacifici che vanno così incontro alla tortura, alle sparizioni forzate e a condizioni inumane di prigionia. Gli stati, soprattutto quelli che nel 2014 rivolsero le raccomandazioni all'Egitto, hanno il dovere di prendere posizione per fermare questo catastrofico declino dei diritti umani", ha concluso Mughrabi.

Amnesty International chiede a tutti gli stati di assumere misure concrete per sospendere i trasferimenti di equipaggiamento di polizia e di tecnologia di sorveglianza che l'Egitto usa per reprimere gli oppositori politici.





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